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Stefano Martinoli, una vita per il canottaggio

Ogni notte che precede una gara, si sveglia nel buio della sua camera da letto. E inizia a pensare alla competizione con la tensione di un ragazzino. «Mi chiedo se dopo 45 anni ce la farò ancora, se arriverò fino in fondo».

Stefano Martinoli

Stefano Martinoli

Ma Stefano Martinoli sa bene che il suo è solo un timore passeggero. «Quando salgo in barca riacquisto la sicurezza di un tempo». Perché quest’omone di 182 centimetri per 97 chili non è più un adolescente.

Il canottaggio come stile di vita per Stefano Martinoli

Non lo è dal 1949, quando per la prima volta impugnò un paio di remi. E non è nemmeno un vecchietto alle prime armi: classe 1935, azzurro all’Olimpiade di Melbourne 1956, sei titoli italiani, tre partecipazioni ai campionati europei, Martinoli ha compiuto 78 anni il 21 settembre, dopo l’ultima partecipazione agli ultimi Mondiali Master di Varese, ormai un altro brillante ricordo. Come quello australiano. O forse di più. Perché riprendere in mano i remi alla sua età, per affrontare tre gare da 1.000 metri in due giorni, non è da tutti. Soprattutto dopo nove mesi passati, ogni mattina, per 10 km, sulle acque del lago di Varese, ad allenarsi a bordo del suo singolo, prima di andare al lavoro nell’azienda di famiglia. «Ho ricominciato ad allenarmi a gennaio, e mia moglie Luigina dice che sono malato di “canottite”. Poverina, ormai mi sopporta da 50 anni e spesso mi sgrida. Ma lo fa perché mi vuole bene».

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Si sono conosciuti quando Stefano aveva da poco iniziato a remare. E ora ha accettato quest’ennesima sfida del marito, che della passione per il canottaggio ha fatto un lavoro, uno stile di vita. «Quando ero un atleta mi allenavo come un professionista, ma dovevo pure lavorare. E così mi scontravo con chi invece remava per professione, come John Kelly Jr, fratello dell’attrice Grace», racconta Martinoli. «Nonostante tutto, a Melbourne, in “singolo”, mi sono qualificato per la finale. Ma le avverse condizioni meteo hanno costretto gli organizzatori a ridurre i partecipanti da sei a quattro. Io avevo il sesto crono e sono rimasto fuori». Altri tempi. Che Martinoli ricorda senza rimpianti. Perché ha sempre pensato che non andare avanti fosse il primo passo verso la sconfitta. Così, negli anni Ottanta ha deciso di usare la propria esperienza in un campo nuovo in Italia, la costruzione di accessori per il canottaggio. «Vedevo che i cantieri italiani di barche si rifornivano da fabbriche estere. Così, mi sono chiesto: perché non creare un’azienda in Italia?». Detto, fatto: oggi Martinoli esporta in tutto il mondo. Una sfida vinta 33 anni fa. E ogni giorno, a Varese, nelle acque in cui è nato, lo aspetta l’ennesimo “esame”. Ma stavolta davanti al suo pubblico. E alla sua paziente Luigina.

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Stefano Lo Cicero Vaina

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