Il problema di chi, come il sottoscritto, si approccia al canottaggio in età “avanzata” è l’idea che ha di questo sport. Nella maggior parte dei casi, purtroppo, l’immagine che si è formata nella nostra mente non corrisponde mai alla realtà dei fatti. Ma ormai il danno è fatto.
Perché un’idea è come un virus: resistente e altamente contagioso. Una volta che si è impossessata del nostro cervello, l’idea è impossibile da sradicare. Lo ha imparato a sue spese il mio allenatore Gigi Ganino, che a costo di sfregiare il nome di tutti i santi del Paradiso non si è ancora stancato di farmi entrare in testa la Lezione N° 2 del canottaggio: ricordati che devi soffrire!
Ricordati che devi soffrire: lezione N° 2
Secondo i “grandi saggi del remo”, che da generazioni si tramandano le sacre leggi di questo sport, la sofferenza apre gli occhi, aiutando a vedere cose che non si potrebbero percepire altrimenti. Insomma, il dolore è una specie di bisogno dell’organismo per prendere coscienza di uno stato nuovo. Nel canottaggio, il dolore è debolezza che lascia il corpo. Peccato che il nostro cervello (il mio in particolare) parli una lingua differente. E così si ingegna per cercare strade alternative.
Pur di giustificare in qualche modo i miei tempi, obiettivamente un po’ troppo alti, la mia mente impenitente continua a elaborare una lunga serie di rimedi per prestazioni poco esaltanti. E nessuno di questi, ovviamente, include allenarmi come si deve. L’ultimo, in ordine di tempo, riguarda l’alimentazione. E se fossi intollerante a qualche cosa? L’intossicazione del mio organismo non permetterebbe al corpo di esprimersi al meglio.
Quindi, in attesa dei risultati del Recaller Program cui mi sono sottoposto (un sistema integrato di diagnosi esperta e terapia per il recupero della tolleranza nei confronti dei cibi), ho preso un appuntamento all’Enervit Nutrition Center per una consulenza alimentare gratuita. «Peppì stiamo aggirando l’ostacolo… noi l’amma eliminà!!!», mi ammonisce Mario Palmisano. Ma il primo cartellino giallo non mi ferma e scelgo di calare sul tavolo anche la carta della matematica.
La “colpa”, in questo caso, è dell’amico Vincenzo Triunfo, canottiere e ingegnere che da vent’anni si occupa di energia. E’ stato lui a dirmi: «Un buon canottiere dovrebbe avere un po’ più di fisica nella testa e meno fisico al di sotto della stessa!». Partendo da questo principio, sono arrivato a un’unica conclusione: devo dotarmi di un contacolpi. Si tratta di un prezioso strumento in grado di registrare dati importanti come i tempi al giro, la frequenza del colpi al minuto, la distanza totale percorsa. Topolino diceva che la matematica è saper contare fino a venti senza togliersi le scarpe. Non fa una piega: i numeri non mentono. E partendo da questa certezza, posso lavorare per migliorare.
«Peppì ti devi mettere in testa una sola cosa: amma faticà!», ha chiosato Gigi Ganino. «Credimi sulla parola e fidati di me: non ti serve un contacolpi». Secondo cartellino giallo. Guadagno gli spogliatoi in anticipo e a capo chino, ma non prima di essere sbertucciato pure dal mio compagno di allenamento Stefano Lo Cicero Vaina: «Prima di un contacolpi procurati un cervello nuovo!». Sono cose che fanno male al calcio. Pardon, al canottaggio.









