Così come all’atleta serve l’allenamento per migliorare le proprie capacità, anche per il tecnico è fondamentale esercitarsi, nella pratica quotidiana in società, per scoprire, sperimentare e fare proprie le nozioni apprese durante la propria carriera da agonista: esperienza, questa, a mio parere essenziale per svolgere al meglio questo mestiere.
Nella mia brevissima carriera da allenatore, mi sono confrontato con vari tipi di atleti, giovanissimi e adulti, neofiti ed esperti, anche se non di alto livello. Ciascuna delle due tipologie presenta com’è ovvio caratteristiche, esigenze e problematiche differenti, anche a seconda dell’età: aspetto, quello anagrafico, che incide sul piano psicologico nell’approccio all’allenamento, più che nell’apprendimento della giusta coordinazione e dei movimenti fondamentali del canottaggio.
Canottaggio: l’avviamento dell’adulto a questo sport
Allenare un bambino o un ragazzino che si avvicina al canottaggio tra i 12 e i 16 anni circa consente di giocare su un aspetto tipico di quell’età: la consapevolezza, ancora immatura, delle proprie capacità e dei limiti che è possibile raggiungere mettendo alla prova corpo e mente. Questo aspetto permette all’allenatore di forgiare più facilmente l’atleta, dandogli i giusti principi e suggerimenti che gli permettano di raggiungere o di avvicinarsi all’obiettivo, senza che l’atleta frapponga con l’allenatore grosse barriere, timori o, peggio, certezze. Una caratteristica simile è sì un vantaggio per il lavoro dell’allenatore ma anche una responsabilità perché anche soltanto una frase può diventare un riferimento che si imprime nella memoria dell’atleta: dunque, è fondamentale usare parole e metodi corretti perché, spesso, il primo allenatore trasmette caratteristiche che, nel bene e nel male, tendono a restare impresse nell’alteta per molti anni.
Discorso diverso nel caso dell’adulto. La mia esperienza è limitata a un singolo altleta 37enne col quale mi sono confrontato per oltre un anno, nel tentativo di avviarlo al canottaggio, vista la sua volontà di diventare un canottiere. Naturalmente si tratta di un caso singolo con le sue personali caratteristiche fisiche e psicologiche, proprie di questo individuo e non necessariamente delle persone appartenenti alla “categoria adulti”. Tuttavia, certamente, ci sono pure degli aspetti comuni, positivi e negativi, a chi, non più giovanissimo, si avvicina allo sport.
Profilo
Uomo di 37 anni di nome Giuseppe, sposato, che svolge un mestiere a tempo pieno che gli occupa 9 ore al giorno nella fascia tra le ore 10 e le 19, dal lunedì al venerdì
- Sport praticato in passato: nessuno, se non il canottaggio, quindici anni prima e per breve periodo.
- Obiettivo che si propone: remare a livello agonistico e disputare i campionati italiani master.
- Disponibilità oraria per l’allenamento durante la settimana: un’ora circa, 4 volte alla settimana.
- Contesto di allenamento: solitario.
Avviare Giuseppe al canottaggio, e più in generale all’allenamento, è stato un lavoro complesso e formativo per diversi motivi che elenco dividendoli in tre paragrafi: “preparazione fisica”, “approccio psicologico e motivazione di atleta e allenatore”, “avviamento al canottaggio: tecnica di voga al remoergometro e in barca”.
1. Preparazione fisica
La preparazione fisica è cominciata in palestra, con una serie di esercizi di strutturazione di Giuseppe, a partire dall’aspetto aerobico, poi supportato dai pesi. Il mio obiettivo, inizialmente, è stato “mettere in movimento” un fisico non allenato attraverso attività quasi esclusivamente aerobica, come corsa, cyclette e handbike in modo da far acquistare ai muscoli una tonicità base e all’organismo l’abitudine allo sforzo prolungato e sopportabile. Sin dall’inizio, accanto a questi allenamenti ho aggiunto esercizi a corpo libero come piegamenti sulle braccia, addominali e salti, che mi hanno dato la misura di quanto fosse necessario lavorare sull’atleta. Ho poi aggiunto dopo le prime due settimane di allenamento i pesi, leggeri, per cominciare a dedicarmi alla strutturazione delle singole fasce muscolari. A questa serie di esercizi ho aggiunto poi il remoergometro, con lavori di fondo, non superiori ai 30 minuti e da affiancare a ginnastica o a pesi nella stessa sessione di allenamento.
2. Avviamento al canottaggio: tecnica di voga al remoergometro e in barca
Come mi è capitato altre volte con atleti della sua età, o comunque non più ragazzi, non è stato difficile insegnargli i fondamenti del canottaggio. Il primo strumento con cui si è confrontato è stato il remoergometro, dove abbiamo costruito la palata secondo la tecnica corretta: il risultato è stato soddisfacente, almeno se commisurato al numero di allenamenti dedicati a questo aspetto. La difficoltà principale, come avviene a volte anche con atleti più avanzati, è stata fargli rispettare la giusta sequenza dei movimenti che compongono la palata, soprattutto con l’insorgere della fatica.
In barca, si sono aggiunte altre difficoltà legate alla stabilità. Le prime uscite sono state in doppio con me, condizione, questa, che mi ha permesso di spiegare passo dopo passo i movimenti avendo sotto controllo Giuseppe: in questa fase, il lavoro al remoergometro si è rivelato importante, perché ha dato all’atleta l’impronta giusta per poter poi muoversi in barca. Il lavoro a terra, però, per quanto sia utile a insegnare il ciclo di voga può rivelarsi, alla lunga, controproducente per l’insegnamento della voga in barca. Nel caso di questo atleta ho sperimentato come sia, a volte, difficile far “perdere” il movimento acquistato al remoergometro, soprattutto nella fase di apertura delle braccia in avanti: movimento, spesso, limitato dalla paura di cadere in acqua e che difficilmente, nel caso specifico, viene meno: la tecnica che ho usato per cercare di far acquisire maggiore destrezza a Giuseppe si basa su semplici e ripetuti esercizi, spesso fatti da atleti avanzati, che facciano della palata e dei remi un gioco. Per quanto il gesto corretto del canottaggio non sia naturale, credo che ciascuno di noi, con maggiore o minore facilità, possa imparare, anche in età avanzata, movimenti legati da una coordinazione complessa, a meno di ostacoli oggettivi di carattere posturale o fisico. E credo che lo si possa fare dando gli stessi imput che si danno a un atleta avanzato. Anzi, nella mia esperienza è stato utile chiarire subito i fondamenti corretti del canottaggio, senza tralasciare le sfumature, in modo da renderli degli automatismi sin dall’origine.
3. Approccio psicologico e motivazione dell’atleta
Sin dall’inizio, come prevedibile, mi sono confrontato con le difficoltà di Giuseppe nel sopportare la fatica, aspetto, questo, del tutto nuovo per l’atleta. Durante gli allenamenti capitava di doverlo convincere a non fermarsi o a rallentare troppo il ritmo, facendogli capire che con la fatica bisogna imparare a convivere. Naturalmente ognuno di noi ha una soglia del dolore diversa, ma con Giuseppe ho avuto la conferma che può essere allenata ed elevata al punto da affrontare allenamenti inizialmente impensabili. Si tratta di un percorso accidentato in cui la maggiore difficoltà è convincere l’atleta che per migliorare la propria prestazione fisica, per veder cambiare il corpo serve tempo, mesi, anni. Concetto non sempre facile da trasmettere e che, nel caso di Giuseppe, veniva spesso minato dalla durezza e ripetitività degli allenamenti che lo portavano a perdere la motivazione per proseguire con costanza.
Conclusioni
Allenare un atleta adulto è un’esperienza molto formativa e complessa perché si scontra con la difficoltà di dover plasmare fisicamente e mentalmente una persona già formata. Il lato positivo rispetto all’allenamento di un ragazzino alle prime armi è che spesso la motivazione è maggiore, soprattutto in relazione al minor tempo a disposizione, sia quotidiano, sia per il raggiungimento a lungo termine di obiettivi soddisfacenti.








