«Peppì me aia’ fa’ na’ cortesia: non puoi stare in barca come se fossi seduto sul divano di casa tua. Nun te pozz’ bberè! (non posso guardarti, ndr). Sei un canottiere, è una questione di mentalità, sempre». Non poteva essere più chiaro Raffaele Mautone, quel pomeriggio di mezza estate in cui “cazziò” la mia postura eccessivamente rilassata.
La parola magica è mentalità. Secondo l’enciclopedia Treccani, con questo termine si intende un modo particolare di concepire, intendere, sentire, giudicare le cose. Nel caso specifico del canottaggio, indica l’atteggiamento con cui ci si approccia alla disciplina del remo. Il che ci porta alla Lezione N° 3: il canottaggio è una questione di mentalità.
Il canottaggio è una questione di mentalità: lezione N° 3
Perché in questo sport, la mentalità non è importante: è tutto. E vi deve accompagnare ogni giorno, da quando aprite gli occhi fino a quando li richiudete. Senza interruzioni. Perché il canottaggio non è un corso di zumba, dove puoi anche saltare una lezione o inventarti la coreografia al momento. Qui ci vuole dedizione, sacrificio e passione. Serve quello che io chiamo “il sacro fuoco”.
Ed esiste un solo modo per accenderlo correttamente senza bruciarsi. Qui non esiste l’uovo di Colombo. Non basta qualcuno che ti faccia vedere la via, se poi non ti spiega anche come percorrerla. Naturalmente, questo non significa che non ci si possa divertire. Al contrario, questa disciplina vi regalerà i vostri ricordi più piacevoli.
Un insegnamento, quello della mentalità, che persino l’indimenticabile maestro Kesuke Miyagi, protagonista della saga di Karate Kid, ci ha tramandato: «Quando cammini su strada, se cammini su destra va bene. Se cammini su sinistra, va bene. Se cammini nel mezzo, prima o poi rimani schiacciato come grappolo d’uva. Ecco, Canottaggio è stessa cosa. Se tu impari Canottaggio va bene. Se non impari Canottaggio va bene lo stesso. Se tu impari Canottaggio-Speriamo, ti schiacciano come uva». Mentalità, appunto.







