Una delle cose che Gigi Ganino mi ha insegnato sul canottaggio è che in questo sport si muore due volte. La prima, quando prendi in mano per la prima volta il manubrio del remoergometro. La seconda, qualche minuto dopo, appena smetti di respirare. Ma è proprio in quel preciso momento, che si vede la differenza tra uomini, ominicchi e quaquaraquà.
Pur se incompleta, la citazione è importante, di quelle che non si dimenticano. E non è la prima volta che per insegnare l’arte del remo, Gigi scomoda i grandi della letteratura. D’altronde lui è fatto così, come ho già avuto modo di raccontare in La versione di Gigi (Ganino) ovvero: tu bbuo’ fa’ o’ canottièr. Questa volta è toccato a Leonardo Sciascia e al suo romanzo più celebre: Il giorno della civetta. Il contesto è meno aulico, ovviamente, ma comunque di grande impatto: un allenamento solitario fianco a fianco.
Gigi Ganino, la cazzimma, io e il canottaggio
Diciamoci la verità, già è difficile trovare un normale compagno (e in certi casi un compagno normale) con cui allenarsi, figuriamoci farlo insieme al proprio tecnico. E vi posso assicurare che si tratta di un’esperienza unica, da non lasciarsi sfuggire. Così, in un anonimo pomeriggio di fine settembre, alla Canottieri San Cristoforo di Milano io e Gigi ci siamo accomodati su due remoergometri. Compito della giornata, un po’ di fondo: 10 da 10′, a 22 colpi, con un minuto e mezzo di riposo tra una serie e l’altra. La festa di laurea che si sta celebrando davanti ai nostri occhi, nel giardino del circolo, non favorisce la concentrazione. Soprattutto perché il buffet, accompagnato da un via vai di gambe femminili tornite e belle, è posizionato a poco più di un metro da noi. Ma il canottaggio è sofferenza, si sa.
E mentre i festanti ci guardano con curiosità, mista a compassione, io e Gigi danziamo sull’infernale attrezzo sconosciuto ai più. E durante tutta la sessione, il mio allenatore non smette di incitarmi, invitandomi a spingere e non mollare, anche se i muscoli iniziano a fare male e la testa (maledetta) mi suggerisce che sarebbe meglio fermarsi. A metà lavoro, durante quel brevissimo minuto e mezzo di pausa, Ganino mi guarda serio e dice: «Peppì, Sciascia ha scritto che le persone si dividono in uomini, ominicchi e quaquaraquà. Anche nel canottaggio è così. Siamo a metà dell’allenamento. Fino a qui ci arrivano tutti, ma solo gli uomini vanno avanti. Tu chi vuoi essere?».
L’ho già scritto più volte: nel canottaggio non voglio essere una michetta, ma un babà. Così, stringo i denti e vado avanti, anche se i cedimenti iniziano a essere più evidenti e frequenti. In particolare, faccio una cosa che Gigi non può tollerare: mi fermo qualche secondo prima che il tempo finisca. E’ l’assist che aspettava per insegnarmi un’altra cosa: «Peppe non fermarti quando sei stanco, ma solo quando hai finito. Il canottaggio non è come gli altri sport. Qui la fortuna non esiste. La barca che taglia per prima il traguardo non è lì per caso. Se smetti di remare quando mancano dieci secondi alla fine, significa perdere. Quando ti assegno un lavoro, prima o’ finìsc e poi puo’ muri’. Se vedi che non ce la fai più, devi tirare fuori la cazzimma».
E sarebbe? Adesso ve lo spiego. La cazzimma è un’espressione napoletana che indica la furbizia opportunistica, la pratica costante di attingere acqua per il proprio mulino, in qualunque momento e situazione. È l’attitudine a cercare e trovare, d’istinto, sempre e comunque, il proprio tornaconto. Spesso, può avere un’accezione negativa, se intesa come cattiveria gratuita e furbizia a scapito degli altri, ma nel caso specifico del canottaggio indica soprattutto un atteggiamento grintoso e risoluto. Tirare fuori la cazzimma significa aggrapparsi a qualsiasi cosa, pur di trovare le risorse e le energie che servono a portare a casa il risultato: un pensiero felice, l’orgoglio, l’istinto di sopravvivenza. Qualunque cosa. Insomma, alla fine di questa giornata ho capito una cosa: nel canottaggio si muore due volte, ma prima c’è sempre un lavoro da portare a termine!









The sculler
Cazzimma! Che bei ricordi… Ricordo anche 2 personaggi dello Stabia (amarante e di Stefano) che alla domanda “ma voi come fate la partenza?” fatta da equipaggi avversari rispondevano “in bartenza?Animaaaaali!!!!” P.s. Giuseppe, Ma non ti sembrano un po’ troppi 10 da 10 minuti per un master?
Giuseppe Lamanna
Caro The Sculler, in effetti l’ho sempre pensato che certi allenamenti siano un po’ pesanti. Però, il mio allenatore mi ha sempre detto di fidarmi di lui. Se mi da un certo lavoro e perché reputa che sia in grado di svolgerlo. Pensa che conosco Master che si allenano ancora come dei Senior e che potrebbero gareggiare tranquillamente negli assoluti, lasciandosi indietro un sacco di barche. Dipende sempre dalla passione e dalla voglia che uno ha. Mi rendo anche conto che se hai 20 anni di canottaggio alle spalle, da master certe cose non le vuoi più fare. Il canottaggio è bello, ma logorante