Sapessi com’è strano svegliarsi una domenica mattina per andare a remare sul lago d’Orta da Milano. Eppure, si fa. Perché nonostante l’inverno stia arrivando, ci si allena sempre, qualunque stagione sia. Poi, la San Cristoforo è ospite della Canottieri Lago d’Orta, quindi anche il corpo allenatori deve essere rappresentato.
Paraspruzzi, calzamaglia, calze pesanti. Va bene, prendo anche un cappellino che sono ancora mezza malata. Avrò fatto bene? E se poi mi fa male la schiena? Vabbè speriamo che non mi tocchi uscire in barca, che ci siano tutti ‘sti soci. Oh alla fine l’hanno voluta fare loro sta gita sul lago d’Orta, io mi sto solo immolando. Poi è domenica, potevo dormire anziché andare a spaccarmi le reni. E’ sempre così, è la trappola del canottaggio. Ti maledici non appena suona la sveglia e nella mente rimbomba la frase: “e mò bbasta, sto a letto, è 14 anni che mi sveglio e mi alleno”.
La versione di Anna: impressioni sul lago d’Orta
Puntualmente, questo promemoria svanisce non appena c’è dell’acqua, il silenzio, un po’ di cielo e qualche remo in vista. Mi frega sempre. Amen. Il grigio che c’è fuori è solo una magnifica cornice per un’uscita in una barca improvvisata, con compagne nuove e novizie, ma determinate, umili e cariche. Poche dritte da dare, raccomandazioni più che altro, come una mamma che saluta il figlio all’entrata dell’asilo, perché alla fine si sa l’importante è vivere l’esperienza per quello che si rivelerà. E il cielo, per quanto cupo, promette bene. Non sempre serve il sole per godere a pieno di un’avventura.
Peppino e Vittorio si accomodano sul doppio e vanno per conto loro. Li rivedremo mai? Muoviamo la barca. Noi donne siamo in quattro di coppia, ma sento subito che mi manca il mio quattro senza. Insomma, la barca non solo si muove, ma posso affermare che scorre. Scorre e io guardo avanti, dove incrocio lo sguardo con un allenatore su un gommoncino che sembra troppo piccolo per lui. Ha la barba e mi sorride con sguardo sornione del “Uà, Annù”. Rido di riflesso, Gigi Ganino non mi ha mai allenato, ne tantomeno seguito in barca, socchiudo gli occhi e penso che alla fine è tanto che non sento solo il rumore della mia barca e di un barchino d’appoggio. Sorrido ancora, ma soprattutto sento il peso di uno sguardo tecnico esterno.
Le mie compagne sono silenziose, che strano, chissà che fanno là dietro intente e concentrate in tensione (perché questo lo sento). Vorrei poterle guardare e far vedere loro che sto sorridendo, anche se dovrò faticare per me e per loro: per me, perché non sono più quella di una volta. Per loro, perché… si dai, diciamolo: pesano! L’entrata è più lenta, le gambe più inesperte e le schiene usate troppo precocemente, ma in fase di spinta sento la forza di volontà, il coinvolgimento e il divertimento. E sorrido.
“Annù, va cuonc’ all’attacco (vai piano, ndr), pecché entra solo la tua pala e accussì t’ spiezz int’ e rin’ e domani non ti alzi dal letto”, grida Gigi. E’ vero, sento già i nodi alla schiena e sta barca non va dritta nemmeno a pagarla. Sembra banale, ma una deriva leggermente storta ha il potere di farti andare di traverso l’intera giornata, non solo lo scafo! Sorrido. Chiamo lo stop per guardare le mie compagne di barca. Sono sempre loro tre, solo un po’ più spettinate e accaldate. Sorridono, intorno è grigio e Gigi ormai è lontano, rimasto bloccato col motore del gommone fermo. Ci lancia occhiate.
Sorrido. Mi fa male la schiena, ma arrivate al pontile le voglio solo abbracciare, come fosse il podio Olimpico. Anna, Daniela, Lucia, Arianna. Non ci sono stati schiamazzi o risate cialtrone, ma concentrazione e voglia di godersi il momento. C’è stato puro divertimento interiore che mette in pace l’anima. Penso al grigio di domenica, all’acqua piatta, al gommone fermo, ai chilometri fatti solo remando di destro (e non perché mi manchi la punta) e al silenzio. Sorrido. Mi sono girata più volte alla fine della giornata, sorridevamo tutte e quattro.









