Nel canottaggio, tra le tanti possibili domande, ne esistono due in particolare alle quali, nell’interesse di chi le fa, sarebbe meglio non rispondere. La prima, in rigoroso ordine di importanza e di numero di volte cui ci viene posta è: “Come va la canoa?”. Un equivoco al quale ho provato a porre rimedio aprendo questo blog. Non a caso, il primo articolo pubblicato si intitolava: Facciamo chiarezza: il canottaggio non è la canoa.
Meno abusata della prima, ma decisamente più fastidiosa, la seconda domanda che perseguita gli alfieri del remo è: “Ma chi te lo fa fare?”. Nella maggior parte dei casi, sono sempre gli altri a sottoporci il fatidico quesito. Ma prima o poi, arriva il momento in cui siamo noi stessi a chiederlo.
Chi c*zzo me lo fa fare?
Negli oltre cento articoli pubblicati fino a oggi, non mi sono mai posto questa domanda. D’altronde, l’entusiasmo dei primi tempi è sempre riuscito a zittire le mie “voci di dentro”. Almeno fino a quando il muro delle mie certezze ha iniziato a sgretolarsi. Il responsabile, in questo caso, è Michele Salvemini, in arte Caparezza. Mi spiego meglio. Nel racconto di ogni storia sportiva che ho fatto, ho colpevolmente tralasciato un aspetto fondamentale: la colonna sonora.
Secondo il poeta britannico Wystan Hugh Auden, la musica è il miglior mezzo per sopportare il tempo. Se poi quest’ultimo lo si passa sul remoergometro, allora le sette note diventano le nostre salvatrici. Naturalmente, dipende anche dal deejay. Nel mio caso, alla consolle c’è sempre Gigi Ganino. In particolare, il mio mentore ha un debole per Alberto D’Ascola, meglio conosciuto come Alborosie, tutto il neo melodico napoletano e Caparezza. Appunto. Ed è proprio una canzone di quest’ultimo ad aver instillato il seme del dubbio nella mia mente.
Pur non apprezzando particolarmente il rap, devo ammettere che ha il ritmo giusto per una sessione di allenamento dove tenere il tempo è fondamentale. Il problema di un cantautore come Michele Salvemini, però, sono i testi. Perché il ragazzo di Molfetta non spreca una rima. E nell’esatto momento in cui il tuo cervello smette di ascoltare la musica e focalizza l’attenzione sulle parole, arriva il dramma umano. Il tuo, naturalmente.
Non bisogna dimenticare, infatti, che ogni canottiere porta un pesante fardello sulle spalle. Forse anche due. Il primo è dannarsi l’anima sul carrello di un remoergometro, inseguendo un cronometro che andrà sempre più veloce di te. Il secondo è fare la prima cosa mentre gli occhi del tuo allenatore, nel mio caso barbuto e sbracciante, ti trapassano la schiena. E in questa valle di lacrime e sudore che è diventata la tua esistenza, nell’aria risuonano le parole di Caparezza che canta: «Io mi chiedo: chi c*zzo me lo fa fare, chi c*zzo me lo fa fare, chi c*zzo me lo fa fare…». Quando realizzi che non lo stai immaginando, guardi il tuo allenatore e pensi: “ma m stai sfuttenn?!”. E nonostante i tuoi sforzi, l’unica risposta che ti viene da dare alla domanda di Michele Salvemini è: “o’ vuless sape’ pur io”.








