Fai canottaggio? Torna a casa… lesso!

Prendendo spunto dalle parole della scrittrice Pam Brown, posso dire con assoluta certezza che nei confronti del proprio allenatore, i canottieri sono in tutto simili a dei cagnolini. Perché sono affezionati, confusi, facilmente delusi, avidi di divertimento, ma soprattutto grati per ogni gentilezza e per la minima attenzione.

Dog-Rowing

Il problema è che i tecnici di canottaggio sono per necessità (e a volte per virtù) avari di buone parole nei confronti dei loro allievi. Perché, come ho già scritto in Le 10 frasi che un canottiere non deve dire al suo allenatore, nel cuore di ognuno di loro si nasconde un sergente istruttore Hartman. Quindi, è difficile che dalla loro bocca esca anche una semplice parola di conforto. Lo so che i complimenti sono polvere negli occhi. Però piacciono a tutti, costano poco e a volte rendono molto.

La gentilezza non abita più qui

Non fa eccezione il mio allenatore: «Peppe, preferisci che sia cortese o sincero?». Se non si possono avere entrambe le cose nella stessa frase, allora la seconda. Abbondante grazie. Però la verità mi fa male. Lo sai? Naturalmente sì. Ma nonostante questo, emulo di Robert De Niro ne Gli intoccabili, dove vestiva i panni di Al Capone, un allenatore pensa che un canottiere possa fare molta più strada con una parola gentile e una pistola puntata addosso, piuttosto che con una parola gentile e basta. Peccato che nella loro lingua ufficiale, il canottierese (idioma di cui vi ho parlato in Statte qujeto and do you speak canottierese?), i vocaboli abbiano un suono amaro. Come la vita.

programma

Infatti, è con estrema cortesia che nel programma di allenamento che ti ha affidato, sottolinea con premura che quando parla di atleti molto evoluti (prima riga) non si sta riferendo a te. Persino quando credi di essere stato bravo, arriva lui e non si sbilancia. Cosa c’è, ho remato davvero così male? «No, Peppì. Tutto il contrario. Tu non remi mai in maniera inguardabile». “Ma sì, cosa ti frega, tanto quello che conta è divertirsi”, recitano gli alfieri del remoturismo. Ma a te importa, perché quando vuoi divertirti esci con gli amici. Invece sei qui per diventare un canottiere. E sulla barca non sei alla ricerca dello svago, ma della sua approvazione. Anche se ci vorranno anni a trovarla. «Peppe non te la devi prendere quando ti cazzio. Preoccupati il giorno in cui smetterò di farlo». Perché significa che sarò finalmente diventato un canottiere? «No, perché vorrà dire che ti avrò abbandonato».

Gigi Ganino (a sinistra) e Giuseppe Lamanna (a destra)

Gigi Ganino (a sinistra) e Giuseppe Lamanna (a destra)

Siamo onesti: Ganino non mi apprezza come canottiere. D’altronde, in otto mesi sotto la sua guida non gli ho mai fornito un motivo valido per farlo. Mi alleno tutti i giorni, poi sparisco per settimane. E quando mi paleso, mi giustifico dicendo che ho avuto il raffreddore. Lui guarda sconsolato Mario Palmisano dicendo: «Peppino non si allena da 15 giorni, perché aveva il raffreddore». Anche il “Capitano” Matteo Zani mi prende per un braccio e dice: «Quindici giorni per un’influenza? E cos’hai avuto, l’ebola?!». Io non favello e guardo Mario. Lui accenna un sorriso: «Vabbuò Gigi, però è proprio da quelli che si beccano il cazziatone tutti i giorni, che avrai le soddisfazioni maggiori». Ganino mi guarda e dietro quell’impenetrabile barba, ride. Cercando la sua approvazione, ho trovato la sua amicizia. Per il momento mi basta, al resto ci penserò strada facendo. Alla fine, qual è la morale di questa vicenda? Semplice: gli apprezzamenti del nostro allenatore ci arriveranno sempre con il contagocce perché, come ha scritto Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray, è sempre facile essere gentili con la gente di cui non ci importa nulla.

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Giuseppe Lamanna

Campione Olimpico nel perdere tempo, sono un giornalista che rema o un canottiere che scrive

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