Canottaggio: l’ammacchiamento del Bounty

Nel mondo del remo, si dice che la sofferenza sia debolezza che abbandona il corpo. Nella maggior parte dei casi, il problema non è lo sforzo fisico, ma la capacità mentale di allenarsi nonostante il dolore. Una lezione che gli allenatori, compreso il mio, non perdono occasione di ripeterci.

bounty

Tuttavia è più facile consigliare di sopportare che sopportare. Ecco perché durante un allenamento capita di “ammacchiarsi”. In napoletano, l’ammacchio è il nascondersi durante il lavoro, sfuggendo al controllo del proprio tecnico e facendo meno di quanto dovuto.

L’ammacchiamento del Bounty

Credevo di essere un grande interprete dell’ammacchio. Tuttavia, non sapevo che in gioventù il mio allenatore Gigi Ganino fosse stato un docente universitario nella stessa materia. Così, mi sono chiesto: lo fanno solo i canottieri della domenica o anche il gotha del canottaggio? Non potendo restare col dubbio, sono andato alla ricerca della verità. «Non perdere tempo», suggerisce Edoardo Verzotti. «Fai prima a scrivere che tutti si ammacchiano, persino quei santarellini dei tuoi allenatori».

Edoardo Verzotti, campione del mondo nel 2004 con il quattro con

Edoardo Verzotti, campione del mondo nel 2004 con il quattro con

«Con l’allenamento La Mura era inevitabile, perché non si può fare la qualità quando è richiesta tanta quantità e intensità. L’ammacchio diventa spirito di sopravvivenza. Anni fa, durante un raduno a Piediluco, dovevo fare il giro del lago di corsa. Erano le sei del mattino ed era buio pesto. Appena fuori dal paese, vedo una bicicletta abbandonata. Io e Dario Dentale ci saliamo su e facciamo più di mezzo giro del lago in bici. Calcoliamo i tempi, poi scendiamo e iniziamo a camminare, fino a quando vediamo gli allenatori e riprendiamo a correre. Lo sport non è solo fisico, ma serve anche tanta testa. E a volte avere una super motivazione non basta. Con La Mura era facile stressarti psicologicamente. E siccome sotto la doccia non potevi andare, inventavi mal di schiena, controllavi orologi e in barca consideravi dove fossero i catamarani. La Mura stesso lo sapeva, perché con un occhio ci vede e con l’altro… pure!».

Una tipica sessione di allenamento da "spaccati" di Gigi Ganino (a sinistra) e Mario Palmisano (a destra)

Gigi Ganino (a sinistra) e Mario Palmisano (a destra)

«Anch’io mi ammacchiavo», ammette Mario Palmisano. «Però raramente. E anche in quei pochi casi, ci vuole esperienza e metodologia, altrimenti anziché trarne profitto si peggiora solo la situazione. Se c’erano da fare 10 tremila, magari ne saltavo uno o due, ma quelli che avevo fatto valevano per 1000». Gli fa eco Alessio Sartori: «Come ogni canottiere che si rispetti, anch’io mi sono ammacchiato. A volte riuscivo nell’intento e altre venivo sgamato, ma tutto rientra nella routine degli allenamenti». Anche se in piena attività agonistica, Francesco Fossi si unisce al coro: «Ci siamo ammacchiati tutti qualche volta. Da junior, poi, era quasi un dovere».

Romano Battisti, conosciuto anche come "tranquilli ragazzi, stasera chiudo io"

Romano Battisti, conosciuto anche come “tranquilli ragazzi, stasera chiudo io”

Nonostante il parere contrario di Mario Palmisano, da questa ricerca antropologica escludo Romano Battisti. Secondo le testimonianze di Matteo Castaldo, Andrea Tranquilli, Francesco Cardaioli e dello stesso Francesco Fossi, Romano è sempre l’ultimo a lasciare l’allenamento. Pare che l’alfiere delle Fiamme Gialle sia talmente ligio al dovere, che ormai il suo soprannome è “Tranquilli ragazzi, stasera chiudo io”. E le poche volte che esce prima, è perché va a chiudere la palestra da qualche altra parte.

Armando Dell'Aquila e Livio La Padula su un due senza

Armando Dell’Aquila e Livio La Padula su un due senza

Più scientifico Armando Dell’Aquila, che spiega: «Nel canottaggio ci sono 3 categorie di ammacchioni e spesso sono quelli con le migliori qualità. La prima è quella in cui si cresce sportivamente ammacchiandosi. Poi, col tempo, si capisce l’importanza dell’allenamento e si mette la testa a posto. Alla seconda categoria appartengono quelli che hanno sempre lavorato sodo, raccogliendo tanti risultati. Poi, raggiunto l’apice, diventano ammacchioni, sperando di continuare ad avere risultati. Nella terza categoria c’è chi non è né carne né pesce. Un giorno si sveglia ammacchione, un altro atleta serio. Se mi sono mai ammacchiato? Certo, appartengo alla prima categoria, ma ogni tanto faccio un salto nella terza».

Livio La Padula

Livio La Padula (al centro)

Livio La Padula, invece, dice: «Non sono un grande ammacchione, ma come ogni atleta degno di nota, anch’io ho avuto qualche esperienza in materia. La più bella è stata nel 2000. Vigilia di Capodanno. Il centro di Castellammare di Stabia era chiuso al traffico e tutti i miei amici erano per strada a festeggiare. Ovviamente, io avevo allenamento. Dovevo fare, con gli altri ragazzi del circolo, un giro di corsa di un’ora e mezza. Partiamo prima dell’arrivo dell’allenatore e iniziamo a camminare. Prendiamo una stradina che ci avrebbe fatto tagliare il giro di un’ora e un quarto. Dopo un po’ di camminata a passo svelto, ci accorgiamo che un’auto ci segue. Era quella del nostro allenatore. Una volta sgamati, dopo un bel cazziatone, abbiamo dovuto fare tutta la strada all’indietro e partire da capo per il giro di corsa».

Sara Magnaghi

Sara Magnaghi

Naturalmente, non potevano mancare le donne. La prima è Sara Magnaghi: «Grazie per avermi coinvolto, ma non penso di esserti d’aiuto, perché sono una stacanovista e lavoro sempre. Anzi, nel mio caso è addirittura il mio allenatore che spesso mi dice di piantarla! Piuttosto chiedi a Vincenzo Abbagnale». Detto, fatto. E Vincenzo non ha alcun problema a confessarmi: «Mi sono ammacchiato tantissime volte quando ero proprio stanco o in giorni in cui avevo la luna girata. Capita a tutti di farlo, più o meno spesso. Qualche volta, addirittura, mi sono fermato dietro gli scogli in estate e mi sono buttato in acqua a fare il bagno!».

Elisabetta Sancassani (a sinistra) e Laura Milani (a destra)

Elisabetta Sancassani (a sinistra) e Laura Milani (a destra)

Anche Elisabetta Sancassani confida: «Anch’io, soprattutto agli inizi, dedicai parecchie sedute di allenamento all’ammacchio. Nel mio paese (Bellagio, ndr) è facile, perché il lago è molto grande. Anche nascondersi quando si doveva correre era facile, perché le stradine sono centinaia! Quando sono passata in nazionale, però, mi sono ammacchiata poco. Ma quelle poche volte sono state da manuale! Fa bene sfuggire al controllo degli allenatori, purché non diventi un vizio, ma rimanga un qualcosa di raro e un piacevole diversivo ai duri allenamenti». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Giorgia Lo Bue: «Il mio ammacchio capita in un periodo preciso dell’anno: tra gennaio e febbraio (soprattutto alle 5 del mattino!). A volte capita che sia io ad arrendermi, e la maggior parte delle volte il mio allenatore Beni Vitale mi convince a non abbattermi e a fare del mio meglio, anche se significa andare più lenta. Altre volte, invece, capisce che non ne posso più, perché non ci sto con la testa e cerchiamo di trovare un punto di incontro. Per fortuna, dopo un momento di défaillance, riesco a riprendermi quasi sempre con una “sciacquata di faccia”».

Luca Agamennoni

Luca Agamennoni

Per togliermi definitivamente ogni dubbio, lo chiedo anche a Luca Agamennoni, segni particolari: irriducibile dal 1980. «Giuseppe ti posso dire che alcune volte succede, non perché uno non voglia allenarsi, ma perché è sfinito. Poi, dipende sempre da atleta e atleta. Io non posso permettermi il lusso di ammacchiarmi. Quando qualche volta è successo, era concordato con gli allenatori». Insomma, bene o male, nel canottaggio si finisce tutti per ammacchiarsi, almeno una volta nella vita. E’ un’esperienza formativa, dalla quale si possono imparare tante cose. Neanche il tempo per gioire di questa consapevolezza, che arriva la “cazziata” presidenziale.

Giuseppe Abbagnale

Giuseppe Abbagnale

L’onere e l’onore spetta a chi in carriera ha vinto due ori e un argento olimpici, 7 titoli mondiali e 28 nazionali ed è il Presidente della Federazione Italiana Canottaggio. Giuseppe Abbagnale, forse l’unico atleta insieme ai fratelli Carmine e Agostino ad aver portato a termine come si deve il programma La Mura, non può esimersi dall’intervenire. E come sempre, il presidente ci bacchetta con la pazienza del buon padre di famiglia: «Da napoletano conosco bene il termine ammacchiare. Però, questo concetto mi appartiene poco, almeno per quanto riguarda il mio rapporto con l’allenamento. Anche se qualche volta è successo, ti assicuro in pochissime occasioni, non è mai avvenuto con il significato che spesso si dà alla parola, cioè cercare volontariamente di imbrogliare. Quelle poche circostanze in cui l’ho fatto è perché non riuscivo, forse con un po’ di superficialità, a terminare il lavoro. Un atleta che ha insito quell’atteggiamento difficilmente riuscirà a eccellere, perché non sottopone il suo fisico alle dure prestazioni che poi vengono richieste nell’ambito di una regata all’ultimo respiro». Così, il Presidente non solo ci dà una lezione morale, ma anche di stile. Perché posso assicurarvi che non vi arriverà mai una cazziata più elegante di questa.

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Giuseppe Lamanna

Campione Olimpico nel perdere tempo, sono un giornalista che rema o un canottiere che scrive

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