La vita ci mette alla prova. Ogni giorno. Senza aspettare che tu sia pronto. Semplicemente accade. Chissà perché mi viene in mente una canzone dei Nomadi, Ma che film la vita. Forse perché non sono d’accordo con il titolo. Qui non c’è nessun regista che grida “Stop!” quando una scena è venuta male. E soprattutto non si rimborsa il biglietto, anche se lo spettacolo non è di tuo gradimento. No, non è un film. Semmai una gara di fondo, dove non è importante arrivare per primo. Quello che conta è arrivare.
Ma l’esistenza è una corsa campestre piena di ostacoli. Scivolare è un attimo. Proprio com’è accaduto a Chiara Sacco, promessa del canottaggio italiano, cui la vita ha regalato tanti lividi e fatto sbucciare le ginocchia in più occasioni. E visto che non si arrendeva, il destino le ha sferrato un colpo da K.O., portandole via troppo presto l’uomo più importante della sua vita. Tuttavia, nonostante il vento contrario, arriva sempre un momento in cui non resta altro da fare che percorrere la propria strada fino in fondo. Quello è il momento d’inseguire i propri sogni, forti delle proprie convinzioni. Perché nessuno può mettere una canottiera in un angolo. Nessuno.
Volevo essere una canottiera: la storia di Chiara
«Avete presente quando vi svegliate con un bellissimo sogno rimasto a metà? La mia storia è questa», racconta Chiara. «Quando avevo 12 anni ero una ragazzina obesa, che tutti prendevano in giro. Nonostante facessi ogni tipo di sport, non riuscivo a dimagrire. Fino a quando, il 17 luglio del 1994, incrociai la strada del canottaggio. Nel mio paese, Chiusi (Siena), era di moda. Così, iniziai per gioco, giusto per passare il tempo durante l’estate. Ma fu subito amore. In poco tempo, non solo non ero più la ragazzina grassa che tutti prendevano in giro, ero diventata una giovane promessa del canottaggio. Approdai alla categoria ragazzi femminile e nel 1998 arrivai terza ai Campionati Italiani in singolo. E per una società piccola come quella da cui provenivo, fu un risultato strepitoso. La vita sembrava finalmente sorridermi, fino a quel maledetto 2001».
Il podio dei Campionati Italiani ragazzi femminili del 1998. Da sinistra: Samanta Molina, Sonia Verhovez e Chiara Sacco
«In quell’anno, vinsi la selezione per i mondiali junior nel doppio insieme a Valentina Tranquilli, ma fui costretta ad abbandonare i miei sogni. Il mio allenatore smise, ma soprattutto persi mio padre. Colpito da un tumore, mancò proprio quando sarei dovuta andare in raduno con la Nazionale. Da quel momento, la mia vita cambiò. Finita la scuola con il massimo dei voti, come avrebbe voluto mio padre, entrai in banca e il lavoro mi portò lontano da casa. In questi anni ho praticato molti altri sport, fin quando nell’estate del 2011 sono ritornata a lavorare vicino casa. Forse era un segno. Il primo giorno di Sole estivo mi portò subito nei luoghi dove ero cresciuta, dove avevo sognato e dato l’anima. Purtroppo, tutto era cambiato e addirittura la mia presenza non era gradita. Così, fui allontanata come se avessi fatto un torto a qualcuno».
Il rientro di Chiara Sacco (la prima a sinistra) nel canottaggio ai Campionati italiano di Indoor Rowing pesi leggeri del 2012
«Ma l’amore per questo sport era troppo forte per poter rinunciare di nuovo. Così nel 2012 mi sono tesserata per Pontedera, arrivando seconda al campionato italiano pesi leggeri di Indoor Rowing. Ma Chiusi e Pontedera sono distanti e non riuscivo più a conciliare il lavoro con l’allenamento. Così ho mollato. Nel 2013, ci ho riprovato, tesserandomi con Porto Azzurro, perché avevano bisogno di un elemento per il loro quattro di Coastal Rowing. Poi, verso fine stagione, arriva la decisione che non ti aspetti. Agli occhi di tutti una vera e propria follia, con mille difficoltà da affrontare e tantissimi soldi da spendere».
«Insomma, dopo aver conseguito il diploma di allenatore di primo livello, decido di fondare una mia associazione sportiva: l’Asd Canottieri Dlf Chiusi. Un investimento di soldi infinito, ma forse la cosa più bella che ho fatto nella mia vita. Oggi, siamo aperti da circa un anno, abbiamo 28 atleti, 13 barche, quattro remoergometri, ma ancora non una sede fissa sul lago. Il merito è di una denuncia fatta la scorsa estate dalle altre società di canottaggio della zona per un abuso edilizio inesistente e per problemi di vincoli ambientali».
«Ma i miei ragazzi sono motivatissimi quanto me e giorno dopo giorno lottiamo contro tutto e tutti per poter remare. Questa è la realizzazione di un sogno: continuare a fare canottaggio, facendo qualche gara, ma soprattutto insegnare l’arte del remo agli altri. Trasmettere quello che mi ha insegnato, quello che mi ha tolto e quello che mi ha dato. Se oggi sono la persona che tutti conoscono è grazie a questo sport, sconosciuto alla massa ma unico nel mio cuore. Non so se la mia storia può valere un articolo, ma sicuramente vale la mia vita».


Mike De Petris
Fa sempre molto male leggere di cattiverie ed invidie, forse sono inevitabilmente legate alla grande passione.
Giuseppe Lamanna
Purtroppo sono cose che accadono più spesso di quanto si possa immaginare, anche nel “dorato” mondo del canottaggio, che evidentemente non è così idilliaco come lo raccontiamo. Però quella di Chiara è una bella storia che andava raccontata